Carbonatazione e cloruri nel calcestruzzo: le prove
Prova alla fenolftaleina, cloruri e copriferro: come si misura il degrado del calcestruzzo armato su ponti, viadotti e strutture esistenti.
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L’analisi delle malte serve a chi deve intervenire su una malta esistente e prima vuole sapere con che cosa è fatta: la stilatura dei giunti di una muratura storica, un intonaco da consolidare o rifare, le fughe di un pavimento, un ripristino da progettare perché sia compatibile con il supporto. Spesso il segnale è una malta che si sgretola o si copre di macchie bianche. L’analisi risponde a tre domande: quale legante è stato usato, in che proporzione con l’aggregato, quali sali e prodotti di degrado sono presenti. Per il quadro generale su calcestruzzo, acciai e murature c’è la nostra guida alle analisi sui materiali edili.
La malta di ripristino deve essere compatibile con quella esistente, e la compatibilità si valuta solo sapendo com’è fatta la malta originale: il nome commerciale del prodotto nuovo non basta. Una malta cementizia su un supporto storico a calce, per esempio, è un errore di compatibilità.
Nella conservazione si usano in genere malte a base di calce, perché il loro comportamento igrometrico e meccanico si adatta alle murature esistenti. Il rapporto RILEM TC 277-LHS documenta però limiti e casi di danno anche con la calce: non è una risposta automatica.
Le linee guida di conservazione riducono la formulazione di una malta di ripristino a pochi parametri: legante idraulico o non idraulico, rapporto legante/aggregato, granulometria dell’aggregato, quantità d’acqua; e raccomandano leganti e aggregati privi di sali solubili (il Getty Conservation Institute, per esempio, li elenca così per le malte dei mosaici). Sono i dati che l’analisi della malta esistente deve fornire.
Prima si chiarisce la domanda, poi si sceglie il metodo: ogni determinazione consuma campione, e un giunto sottile, uno strato d’intonaco o una fuga ne danno poco.
Il primo dato è la natura del legante: calce aerea, calce idraulica, cemento o una miscela. La UNI EN 459-1:2015 distingue calci aeree (CL calciche, DL dolomitiche), calci idrauliche naturali (NHL), calci formulate (FL) e calci idrauliche (HL). Secondo le definizioni della norma (riportate qui dall’edizione 2010), una HL può contenere cemento, una NHL no: la scritta «calce idraulica» non esclude il cemento. Le malte di gesso seguono un percorso analitico a parte. Per il cemento come prodotto la norma di analisi chimica è la UNI EN 196-2:2026; per riconoscerlo in una malta indurita si incrociano i metodi descritti sotto.
In laboratorio calci idrauliche e cemento si distinguono, per esempio, dai granuli di legante rimasti non idratati (silicati di calcio C₂S e C₃S), che in sezione sottile (una fetta di malta di 30 μm osservata al microscopio) si riconoscono per dimensione, forma e colore. Nei leganti ancora in polvere il rapporto fra i due silicati, misurato in diffrattometria a raggi X (XRD), separa le NHL (più C₂S) dalle HL e dai cementi (più C₃S). In una malta indurita da anni il confronto è meno diretto e va letto insieme agli altri dati.
| Legante | Come fa presa | Indizi analitici tipici | Riferimento |
|---|---|---|---|
| Calce aerea (CL, DL) | All’aria, per carbonatazione | Legante carbonatico, grumi di calce | UNI EN 459-1:2015; Getty; Arizzi e Cultrone |
| Calce idraulica naturale (NHL) | Per idratazione e in parte per carbonatazione | Fasi idrauliche; residui non idratati, soprattutto C₂S | UNI EN 459-1:2015; Arizzi e Cultrone |
| Calce idraulica (HL), formulata (FL) | Per idratazione e carbonatazione | Può contenere cemento o aggiunte: il nome non basta | UNI EN 459-1 (definizioni ed. 2010) |
| Cemento | Per idratazione | Residui di clinker non idratati (C₃S, C₂S), prodotti di idratazione; interpretazione incrociata | UNI EN 196-2:2026 (cemento come prodotto); Arizzi e Cultrone |
| Gesso | Per idratazione del solfato di calcio | Solfati e acqua combinata; percorso analitico dedicato | RILEM TC 167-COM |
| Stucco epossidico (RG) | Reazione resina-indurente | Legante organico, fuori dai metodi per leganti minerali | UNI EN 13888-1:2022 (piastrelle ceramiche); letteratura FTIR |
Il metodo più semplice è l’attacco acido: l’acido scioglie il legante e lascia l’aggregato, che si separa e si pesa. Il risultato si esprime come rapporto in massa fra legante e aggregato, per esempio 1:6. Se però l’aggregato è a sua volta solubile (calcare, marmo, conchiglie), l’acido cloridrico ne sottostima molto la quota. Succede con le sabbie calcaree, frequenti nelle malte storiche: nelle malte dei pavimenti antichi di Gerasa, in Giordania, per esempio, l’aggregato era in prevalenza calcitico.
Anche le miscele di calce e cemento, o di sabbie diverse, rendono approssimato il dosaggio, e non esiste una norma internazionale unica sull’acido da usare. Per questo il dosaggio legante/aggregato resta una stima, e il rapporto di prova deve dichiarare il metodo usato.
Se un intonaco, un giunto o una fuga si sgretola o si copre di macchie bianche, si ricercano i sali solubili, fra cui solfati e cloruri, e i prodotti di degrado. Il riferimento europeo per il patrimonio culturale è la UNI EN 16455:2014, sulla determinazione dei sali solubili nella pietra e nei materiali inorganici porosi affini, come le malte: cloruri, nitriti, nitrati, solfati, sodio, potassio, ammonio, calcio e magnesio.
I sali variano con la profondità e con l’altezza, quindi un solo campione dice poco, e metodi di estrazione diversi danno risultati diversi, da dichiarare nel rapporto. Per l’umidità c’è il metodo ponderale della UNI 11085:2003, e la UNI EN 16682:2017 raccoglie i metodi di misura per i beni culturali immobili. La ricerca dei sali solubili e dei prodotti di degrado rientra nel servizio di analisi su malte e leganti.
Per la caratterizzazione delle malte storiche, la UNI 11305:2009 fissa le osservazioni preliminari al campionamento e i criteri per scegliere i metodi mineralogico-petrografici, fisici e chimici, anche negli edifici antichi non vincolati; la UNI EN 17187:2020 e la UNI 11176:2025 (descrizione petrografica) completano il quadro. Fra le tecniche del settore: la sezione sottile, che mostra legante, aggregato, porosità e la stratigrafia, cioè se un giunto è stato ristuccato o un intonaco rifatto sopra l’originale; la diffrattometria (XRD), che riconosce fasi idrauliche e cemento ma non distingue la calcite del legante da quella dell’aggregato; le analisi termiche (TGA); l’FTIR per i composti organici. La letteratura raccomanda di incrociarle: il solo attacco acido non basta.
| Domanda | Che cosa si determina | Metodi tipici nel settore | Quantità indicativa in letteratura |
|---|---|---|---|
| Calce, cemento, gesso o miscela? | Natura del legante | Attacco acido; XRD, TGA, sezione sottile | Pochi grammi di polvere; circa 10 g coesi per la sezione sottile |
| In che proporzione con la sabbia? | Rapporto legante/aggregato (stima) | Attacco acido e separazione dell’aggregato | Fino a circa 100 g, secondo la dimensione dell’aggregato |
| Com’è l’aggregato? | Natura e dimensione massima; curva granulometrica se il materiale basta | Setacciatura (aperture UNI EN 933-1) | Molto materiale per la curva completa; con circa 15 g solo la dimensione massima |
| Perché si sgretola o si macchia di bianco? | Sali solubili, prodotti di degrado | Estrazione in acqua, ioni (UNI EN 16455) | Circa 1 g di polvere per campione (cromatografia ionica), su più punti |
| C’è umidità? | Contenuto d’acqua | Metodo ponderale (UNI 11085) | Conta la conservazione più della quantità: prelievo a secco, contenitore ermetico |
| La stuccatura è una resina? | Legante organico | Tecniche per composti organici (es. FTIR) | Piccoli frammenti, da decine di milligrammi a circa 1 g |
Ordini di grandezza della letteratura (RILEM Report 28; Arizzi e Cultrone, 2021; Middendorf et al., 2005), non requisiti di un laboratorio: la quantità utile si stabilisce prima del prelievo, in base alle determinazioni richieste.
Nello stesso elemento le malte sono spesso più d’una, sovrapposte o affiancate, e ognuna racconta una fase diversa. Ogni strato va campionato e analizzato a parte, altrimenti il risultato è la media di materiali che non c’entrano l’uno con l’altro.
In una muratura la malta di allettamento sta in profondità, fra i conci; la stilatura o stuccatura dei giunti è in superficie, ed è la parte più spesso rifatta. Un intonaco tradizionale si stende in più mani, dal rinzaffo di aggancio all’arriccio fino allo strato di finitura, con impasti e granulometrie diverse; il glossario UNI EN 16572:2015 ne fissa i termini. In un pavimento la fuga non è l’allettamento, e l’allettamento non è il sottofondo. Anche i mosaici antichi hanno una stratigrafia di malte di calce con aggregati sempre più fini verso la superficie, descritta dal glossario del Getty per i mosaici pavimentali; nei pavimenti di Gerasa gli strati dello stesso mosaico avevano composizioni diverse. Se nell’impasto c’è laterizio frantumato, la silice solubile che rilascia da sola non prova un legante idraulico: serve il riscontro mineralogico-petrografico.
Per i ripristini sui supporti storici la prassi conservativa indica malte non idrauliche o poco idrauliche, con aggregato fine, non troppo dure e di colore simile all’originale. Le pose moderne di rivestimenti e pavimenti usano invece stucchi industriali: la UNI EN 13888-1:2022 classifica i sigillanti per piastrelle di ceramica (in cantiere, stucchi per fughe) in cementizi (CG) e a base di resine reattive (RG), in genere epossidici, e la 13888-2:2022 ne fissa le prove. Valgono per le piastrelle di ceramica, non per le malte di un edificio storico.
Lo stucco epossidico è un sistema organico: attacco acido e misura dei carbonati, pensati per leganti minerali, direbbero poco, e nel settore si ricorre a tecniche per i composti organici come l’FTIR.
Giunti, fughe e strati sottili d’intonaco contengono poco materiale, facile da contaminare con pietre, laterizi, strati adiacenti o vecchie ristuccature. Non esiste una norma che fissi il piano di campionamento caso per caso: i passi che seguono riprendono le buone pratiche della letteratura RILEM e della UNI EN 16085.
Il campione può essere prelevato dal committente o dal direttore dei lavori e conferito al laboratorio, oppure da una squadra IPCS; sui beni tutelati, con le modalità concordate con la Soprintendenza e con il restauratore. La seconda strada conviene quando il punto va scelto sul posto, come nella diagnosi di un degrado. Quando la malta serve a caratterizzare una muratura portante la logica cambia: sui giunti delle murature il prelievo si fa in profondità.
L’analisi colloca una malta in una tecnologia (calce aerea, calce idraulica, cemento, resina) e distingue fasi edilizie diverse, per esempio una stilatura originale a calce da un rifacimento cementizio. Non ne stabilisce la data (la datazione è una specialità a parte) né la ricetta originale esatta: con leganti misti il dosaggio resta approssimato.
La resistenza della malta in opera è un’altra prova, trattata nella guida sulle murature. Per la malta nuova di ripristino sui beni culturali il riferimento vigente è la UNI 11488:2021, che dà criteri guida per classificarla, definirne la composizione e valutarne le prestazioni (sono escluse le malte a legante organico); la serie UNI EN 1015 e le UNI EN 998-1 e 998-2:2016 riguardano le malte da costruzione in generale. Nessuna di queste norme serve ad analizzare la malta esistente.
Legante, rapporto legante/aggregato, granulometria e sali sono i parametri con cui si formula la malta nuova; granulometria e rapporto legante/aggregato servono anche a riprodurne colore e tessitura. Già la NorMaL 26/87 del CNR-ICR, oggi riferimento storico, chiedeva malte da restauro «il più possibile compatibili»; oggi classificazione, composizione e prestazioni delle malte da restauro sono trattate dalla UNI 11488:2021.
Il rapporto di prova fornisce i dati; la scelta spetta al progettista o al restauratore e, sui beni tutelati, alla Soprintendenza. Per capitolati e relazioni la terminologia è quella della UNI 10924:2023 e del glossario UNI EN 16572:2015. Qui trovi che cosa contiene il rapporto di prova.
A occhio e al tatto si hanno solo indizi. La risposta viene dall’analisi del legante, meglio se incrociata con metodi mineralogici. E il nome del prodotto non basta: una calce idraulica HL può contenere cemento.
Spesso sì: un rifacimento si riconosce dal legante diverso (calce contro cemento o resina) e, in sezione, da una stuccatura sovrapposta a un’altra.
Non con un’analisi di composizione: dice con quale tecnologia è fatta la malta, non quando è stata posata. La datazione è una specialità a parte, con metodi propri e molti limiti.
Dipende da che cosa vuoi sapere: dal grammo circa per i sali a circa 100 g per il rapporto legante/aggregato. Un giunto sottile o una fuga ne contengono poco, quindi le determinazioni si scelgono in base alla domanda.
L’epossidico ha un legante organico: servono tecniche per i composti organici come l’FTIR. La UNI EN 13888-1:2022 classifica i prodotti nuovi (CG, RG), non dice come riconoscere quelli in opera.
Spesso sono efflorescenze saline, depositi poco aderenti, bianchi e cristallini. Per saperlo si campionano zone macchiate e zone pulite e si determinano gli ioni (UNI EN 16455:2014), su più punti.
La scelta spetta al progettista o al restauratore, e alla Soprintendenza se il bene è tutelato. La prassi conservativa usa malte a calce, non idrauliche o poco idrauliche, non troppo dure e senza sali. Una malta cementizia su un supporto a calce è un errore di compatibilità, e gli stucchi della UNI EN 13888 sono nati per le piastrelle ceramiche.
No. Composizione e resistenza sono prove diverse, e la UNI EN 1015-11 richiede provini confezionati, che da una malta in opera non si ricavano.
In laboratorio IPCS identifica la natura del legante, stima il rapporto fra legante e aggregato, ricerca i sali solubili e individua i prodotti di degrado, e restituisce i risultati in un rapporto di prova. Il campione può essere conferito da te oppure prelevato da una nostra squadra.
Nella richiesta indica:
→ Scopri il servizio di analisi su malte e leganti
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Fonti
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